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Uno studio: sentirsi compresi conta più dell'avere gli stessi gusti in coppia

Una ricerca su 162 persone collega la sensazione di condividere esperienze interiori a una maggiore soddisfazione di coppia. La somiglianza di carattere, da sola, non basta.

Uno studio pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships ha indagato che cosa tiene insieme due persone quando la relazione funziona. La ricerca, firmata da Rachael M. Cavallaro, Tiffany George e Grace N. Rivera, ha coinvolto inizialmente 204 persone impegnate in una relazione sentimentale; 162 hanno completato la fase di follow-up, compilando diari quotidiani per un totale di 850 annotazioni. Il risultato principale riguarda la differenza tra due modi di sentirsi vicini: la percezione di avere una personalità simile al partner e la sensazione di condividere con lui un'esperienza interiore.

Due modi di sentirsi simili

Lo studio distingue due concetti che spesso vengono confusi. Il primo è il "Me-sharing", cioè la percezione di somigliarsi sul piano del carattere. Il secondo è l'"I-sharing", che indica la sensazione che un'altra persona stia provando un'esperienza soggettiva simile alla propria. Non si tratta di avere gli stessi gusti o gli stessi tratti, ma di percepire una sintonia nel modo di sentire le cose. Secondo i risultati, chi riporta maggiore I-sharing si sente anche più compreso e più soddisfatto della propria relazione.

Cosa resta quando si controlla il carattere

Il dato più interessante emerge dal confronto tra i due fattori. Le associazioni tra I-sharing e soddisfazione restano anche controllando la percezione di somiglianza di personalità, il Me-sharing. In altre parole, la sensazione di condividere esperienze interiori risulta legata al benessere di coppia a prescindere da quanto due persone si sentano caratterialmente affini. Lo studio collega inoltre l'I-sharing alla sensazione di essere conosciuti dal partner e a gesti più premurosi nei suoi confronti.

Una radice che viene da lontano

Il concetto di I-sharing non nasce con questa ricerca. Gli autori lo riprendono da un lavoro del 2006 della psicologa Elizabeth Pinel. Un precedente studio del 2019 firmato dalla stessa Rivera aveva già collegato l'esperienza soggettiva condivisa alla soddisfazione romantica. La ricerca attuale si inserisce quindi in un filone che continua a esplorare quel tipo di vicinanza che non passa dalla somiglianza esteriore.

Come sono stati raccolti i dati

Le informazioni arrivano da questionari di autovalutazione e dai diari quotidiani dei partecipanti. Gli autori precisano che l'I-sharing misura una percezione, non un'emozione condivisa verificata. Anche i comportamenti di cura riportati sono autodichiarati e non osservati direttamente, e i dati non sono stati incrociati con la versione del partner. Si tratta dunque di uno studio osservazionale basato su ciò che le persone raccontano di sé.

Perché conta

La ricerca non dimostra che l'I-sharing conti più della compatibilità di carattere: gli autori parlano di associazione, non di rapporto di causa. Il punto è un altro, e riguarda il modo in cui guardiamo le relazioni. Spesso la vicinanza viene misurata con criteri visibili — quante cose si hanno in comune, quanto si somigliano i caratteri — mentre questa indagine sposta l'attenzione su una dimensione più silenziosa: la sensazione di essere capiti nel proprio modo di sentire. È un progresso che non fa rumore, perché non si annuncia con un gesto eclatante ma si costruisce nella percezione quotidiana di non essere soli in ciò che si prova. E suggerisce una cautela: ciò che rende soddisfacente una relazione non sempre coincide con ciò che è più facile osservare dall'esterno.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da greenme.it.