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Un fossile del deserto del Gobi riscrive un capitolo dell'evoluzione dei mammiferi

Foto: Wolfgang Hasselmann / Unsplash

Un fossile ben conservato rinvenuto in Mongolia, descritto sulla rivista Nature, appartiene a una nuova specie di mammiferi estinti vissuti durante l'era dei dinosauri. La scoperta modifica le conoscenze su un gruppo poco noto e sulla sua diffusione in Asia.

Un fossile eccezionalmente conservato, rinvenuto nel deserto del Gobi orientale in Mongolia, sta cambiando il modo in cui i paleontologi ricostruiscono la storia dei mammiferi vissuti durante l'era dei dinosauri. La nuova specie, descritta sulla rivista Nature, è stata battezzata Tamirkhan balcarceli e appartiene a un gruppo di mammiferi estinti noti come zhelestidi. Lo studio, a cui hanno contribuito ricercatori dell'American Museum of Natural History, della Stony Brook University, dell'University of Arizona e della Arcadia University, ribalta un'interpretazione che durava da decenni.

Una storia lunga quarant'anni

Gli zhelestidi erano conosciuti da quasi quattro decenni, ma solo attraverso denti isolati e frammenti fossili. Proprio quei denti, più adatti a masticare vegetali rispetto alle lame aguzze di molti mammiferi del Cretaceo, avevano spinto i paleontologi a collocarli vicino agli antenati degli ungulati. Nel tempo il dibattito si era concentrato su una domanda precisa: erano mammiferi placentati del Cretaceo, cioè membri del gruppo che oggi comprende l'essere umano e la maggior parte dei mammiferi viventi, oppure un ramo separato che aveva sviluppato caratteristiche simili in modo indipendente? Gli studi sull'orologio molecolare suggerivano che i placentati fossero comparsi molto prima della fine del Cretaceo, alimentando l'ipotesi che gli zhelestidi ne facessero parte.

Un ritrovamento che risolve il rebus

Tamirkhan balcarceli è lo zhelestide più completo mai trovato e finalmente mostra che aspetto avesse questo gruppo. L'esemplare, lungo tra i 15 e i 18 centimetri dalla testa alla coda, unisce i denti bassi e arrotondati tipici degli zhelestidi a incisivi lunghi e a crescita continua e a una serie di caratteristiche del cranio proprie degli zalambdalestoidi, piccoli mammiferi insettivori simili a toporagni. Anche le zampe posteriori, lunghe e sottili con caviglie distintive, parlano la stessa lingua anatomica. Da qui la conclusione degli autori: gli zhelestidi non erano placentati né particolarmente simili a essi, ma un sottogruppo degli zalambdalestoidi.

Il ritorno del lavoro sul campo

A trovare il fossile fu Andres Giallombardo, primo autore dello studio, quando era ancora studente di dottorato, durante una spedizione sponsorizzata dal museo nel 2004. Il suo commento riassume il senso della vicenda: il ritrovamento è stato "il brivido di una carriera" e insieme la conferma che il deserto del Gobi, celebre per i suoi fossili, continua a spostare i confini della scienza. La scoperta ricorda anche che nessuna banca dati, per quanto ricca, sostituisce il gesto di cercare sul terreno.

Denti che ingannano

Il caso degli zhelestidi mostra i limiti di un metodo che ha guidato la paleontologia per due secoli. Più di 200 anni fa il naturalista francese Georges Cuvier sosteneva che da un solo dente si potesse prevedere l'anatomia di un intero animale. Come osserva la coautrice Maureen O'Leary, i denti restano tra i fossili più informativi, ma non sempre raccontano come fosse fatto l'animale completo. I denti arrotondati degli zhelestidi, simili a quelli dei mangiatori di piante, sono probabilmente un caso di evoluzione convergente: specie non imparentate sviluppano tratti simili adattandosi a stili di vita simili. Per questo i paleontologi li avevano soprannominati scherzosamente "conigli del Cretaceo", imitatori dei conigli moderni senza esserne parenti stretti. Le conclusioni evolutive sono state possibili grazie a MorphoBank, una piattaforma di ricerca filogenetica pubblicata per la prima volta nel 2013 e ampliata per oltre un decennio fino a includere un numero crescente di specie fossili chiave.

Perché conta

Questa notizia insegna che il progresso scientifico spesso non arriva da una nuova teoria spettacolare, ma da un osso estratto con pazienza e studiato per anni. Un fossile trovato nel 2004 diventa una risposta solo quando qualcuno decide di guardarlo con attenzione e di metterlo in dialogo con un archivio costruito pezzo dopo pezzo. Il pensiero cambia ciò che vediamo: per decenni i denti avevano suggerito una parentela, e quella lettura era sembrata sufficiente. Ora un cranio e una zampa posteriore mostrano che le cose stavano diversamente. È un promemoria sobrio: le conclusioni più solide sono quelle disposte a essere corrette, e la costanza di chi scava, cataloga e confronta vale quanto l'intuizione di chi interpreta.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da goodnewsnetwork.org.