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Tre cose da sapere sul permafrost che si scioglie
Un approfondimento spiega cosa è il permafrost, perché il suo scioglimento conta nel quadro del cambiamento climatico e quali conseguenze comporta. Conoscere questo strato di suolo ghiacciato aiuta a capire meglio uno dei meccanismi meno noti del riscaldamento globale.
Il permafrost è lo strato di suolo ghiacciato che si trova sotto circa il 15% delle terre dell'emisfero nord. A spiegarlo è un approfondimento firmato da Casey Crownhart per MIT Technology Review, che raccoglie il lavoro della collega James Temple, inviata nelle foreste boreali dell'Alaska per capire come questo materiale possa influenzare il clima, oggi e in futuro. Buona parte del permafrost attuale si è formato durante l'ultima era glaciale: materiale organico rimasto congelato e di fatto sigillato per migliaia di anni. Con l'aumento delle temperature globali, quello strato si scioglie e i microbi possono decomporre la materia organica, liberando anidride carbonica e metano.
Un serbatoio di carbonio fuori dai modelli
Nel permafrost sono immagazzinate circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, all'incirca il doppio di quanto ne contiene l'atmosfera. Il riscaldamento globale ha già ridotto l'estensione del permafrost artico di circa il 12% dal 1850, e il ritmo è accelerato negli ultimi cinquant'anni. Il punto, secondo l'analisi, è che solo una minoranza dei modelli usati nei rapporti delle Nazioni Unite sul clima tiene conto della perdita graduale di permafrost, e nessuno include lo scongelamento brusco e i crolli che possono seguire eventi come ondate di calore e incendi. Da qui la conclusione prudente: è probabile che si stia sottovalutando quanto e con quale velocità il pianeta si riscalderà.
Il ruolo degli incendi
Gli incendi fanno parte del ciclo naturale delle foreste boreali, ma con il cambiamento climatico stanno diventando più intensi. Soprattutto, possono accelerare lo scongelamento del permafrost: entro la fine del secolo questo effetto potrebbe liberare l'equivalente di 80 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Oggi, nelle zone remote del Canada e dell'Alaska, la politica è in genere lasciar bruciare gli incendi finché non minacciano insediamenti umani. Alcuni ricercatori propongono di esplorare l'ipotesi di combatterli, per proteggere il carbonio trattenuto nelle foreste e nel suolo ghiacciato sotto di esse. Al Woodwell Climate Research Center stanno sviluppando una mappa del rischio di incendio e della vulnerabilità del carbonio in Alaska, che individua le aree dove il fuoco è più probabile e quelle dove si trovano i tipi di permafrost che libererebbero più emissioni. Esistono infatti forme diverse: lo yedoma, per esempio, è uno strato profondo e denso di carbonio risalente al Pleistocene superiore. Una volta individuati i bersagli, resta la domanda su cosa fare: c'è chi propone più incendi prescritti, pratica che i gruppi indigeni portano avanti da migliaia di anni anche per ridurre il pericolo di grandi roghi, e chi punta su rilevamento precoce e spegnimento prima che le fiamme crescano.
Un ciclo complicato
Lo scongelamento libera gas serra, ma il quadro ha pieghe. Altri effetti legati allo scioglimento e alla ripresa dopo gli incendi potrebbero controbilanciare il carbonio perso: con temperature più alte, per esempio, le piante possono spostarsi gradualmente verso nord e attecchire dove prima non riuscivano, assorbendo anidride carbonica mentre crescono. Quanto carbonio si perde e quanto un'area riesca a recuperarne dipende da molti fattori: la gravità degli incendi che hanno accelerato lo scongelamento locale, il clima e l'ambiente circostanti, il tipo di permafrost in gioco. Più si alza la temperatura del pianeta, più si interferisce con fenomeni naturali complessi che si stanno appena iniziando a capire.
Perché conta
Questa storia parla di un progresso che non fa rumore: non un annuncio, ma la lenta messa a fuoco di un pezzo di scienza del clima che era rimasto ai margini. Il permafrost è descritto come un punto cieco, e il lavoro di ricognizione nelle foreste dell'Alaska, le mappe in costruzione, il confronto tra modelli e realtà sono i passi con cui un'incognita diventa un problema misurabile. Non c'è una soluzione pronta, e l'articolo non ne promette: c'è la pazienza di capire prima di decidere.
Guardare un suolo ghiacciato e vederci dentro un archivio di carbonio lungo migliaia di anni è già un cambio di sguardo. È il tipo di pensiero che non cambia il mondo in un giorno, ma cambia cosa siamo in grado di vedere, e quindi cosa possiamo scegliere di fare.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da technologyreview.com.