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Stanford inverte lo sbiancamento dei coralli in sette settimane

Foto: Sorb / Unsplash

Un nuovo metodo sviluppato all'Università di Stanford ha riportato coralli completamente sbiancati a piena salute in laboratorio in appena sette settimane, la ripresa più rapida mai documentata. È la prima volta che la scienza dimostra di poter invertire il fenomeno su coralli già compromessi, offrendo una prospettiva concreta per la salvaguardia delle barriere coralline.

Coralli che sembravano morti tornano in salute in sette settimane. È quanto hanno osservato nei laboratori dell'Università di Stanford, dove un gruppo di ricerca ha messo a punto un metodo per invertire lo sbiancamento: frammenti completamente bianchi sono stati riportati a piena vitalità grazie a un contatto breve con coralli sani, geneticamente identici. Lo studio è stato pubblicato su Science Advances e descrive la ripresa più rapida documentata finora su coralli già compromessi.

Come funziona lo sbiancamento

Quando le acque oceaniche si scaldano, i coralli espellono le alghe benefiche che vivono nei loro tessuti e che producono nutrimento. Senza quelle partner, i coralli impallidiscono, restano a corto di cibo e diventano vulnerabili all'invasione di alghe dannose. È il meccanismo che sta dietro al diffuso sbiancamento delle barriere coralline, ecosistemi che proteggono le coste e le comunità da tempeste e inondazioni. Fino a oggi, un corallo sbiancato veniva spesso considerato un caso perso.

L'osservazione fortuita

L'idea è nata quasi per caso. Nel 2025 il professor Steve Palumbi, coautore dello studio, notò qualcosa di curioso nel suo laboratorio: due frammenti prelevati dalla stessa colonia, uno sbiancato e uno sano, si erano rovesciati in vasca e si erano toccati. Nel punto di contatto il colore tornava sul frammento bianco, segno del ritorno delle alghe benefiche. Intorno allo stesso periodo Danny Collins, dottorando alla Doerr School of Sustainability e primo autore della ricerca, stava studiando l'origine delle malattie dei coralli, legata a batteri dannosi che si insediano sui tessuti. Da lì la domanda inversa: se il contatto porta batteri nocivi, cosa succede se lo si usa per reintrodurre qualcosa di buono?

L'esperimento

Collins ha disposto cinque coppie di frammenti abbastanza vicini da toccarsi, lasciando invece qualche millimetro di distanza tra le altre. I frammenti sbiancati a contatto con i sani si sono ripresi completamente in sette settimane; quelli rimasti separati sono morti. Il merito è della fusione dei tessuti: coralli geneticamente identici si riconoscono al contatto e uniscono le proprie strutture. Palumbi paragona il fenomeno ai trapianti tra gemelli identici, che hanno maggiori probabilità di riuscita. Subito dopo il contatto, minuscoli canali nei tessuti si allineano e creano un passaggio attraverso cui alghe e nutrienti fluiscono dal corallo sano a quello sofferente. Già dopo tre giorni il processo di ripresa prende avvio.

Pochi giorni bastano

I ricercatori hanno anche verificato quanto debba durare il contatto. Dopo una settimana, e in alcuni casi dopo appena cinque giorni, i frammenti sbiancati avevano ricevuto alghe benefiche sufficienti a completare la ripresa da soli. Una volta separati, guarivano in sette settimane, lo stesso tempo delle coppie lasciate a contatto continuo. Il motore della ripresa, hanno concluso, sono le alghe che si moltiplicano all'interno del frammento sbiancato, non quelle che arrivano dall'esterno. Nella seconda settimana di contatto le alghe raddoppiavano ogni quattro giorni, circa dieci volte più velocemente rispetto ai ritmi osservati nei coralli selvatici. "Una volta entrate nei coralli sbiancati, non si limitano a diffondersi", spiega Palumbi: "si riversano dentro e iniziano a dividersi ai ritmi più rapidi mai visti nei coralli".

Perché conta

Da anni la ricerca cerca strumenti per proteggere i coralli da sbiancamento, malattie e acque sempre più acide: si va dall'allevamento selettivo di coralli resistenti al calore alla coltivazione in vivaio, fino al trapianto di microbioma. Questo studio aggiunge un tassello diverso, che parte da un dettaglio osservato quasi per caso e lo trasforma in un protocollo riproducibile. Nei prossimi mesi il gruppo esplorerà modi alternativi per fornire le alghe benefiche senza bisogno di un contatto continuo. "Queste nuove conoscenze su come i coralli possono riprendersi naturalmente ci danno speranza per il futuro", dice Fiorenza Micheli, docente a Stanford. Il punto non è la singola scoperta, ma il cambio di sguardo: un corallo sbiancato non è morto, e la differenza tra "caso perso" e "punto di partenza" sta spesso nella domanda giusta, posta al momento giusto.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da goodnewsnetwork.org.