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La Corea del Sud ricicla il 97% degli scarti alimentari: come ha fatto

Da un tasso del 2,6% negli anni Novanta, il Paese è arrivato a riciclare quasi tutto il cibo sprecato grazie a un sistema di tariffazione a peso. Un modello che altre città, come New York, stanno studiando.

A Seul, nel quartiere di Yeouido, Seunghwan Hong impiega meno di un minuto per liberarsi degli scarti alimentari: appoggia una tessera, il coperchio del contenitore si apre e il bidone registra il peso. Quello che getta, lo paga. È un gesto quotidiano che, moltiplicato per milioni di famiglie, ha portato la Corea del Sud da un tasso di riciclo degli scarti alimentari del 2,6 per cento nel 1996 a quasi il 97 per cento nel 2023. Un percorso durato circa trent'anni, costruito per tappe successive, che oggi viene studiato anche dall'altra parte del mondo.

Una tariffa sul peso

Il primo passaggio risale al 1995, quando il Paese ha introdotto una tariffa "pay-as-you-throw": più rifiuti produci, più paghi. Nel 1997 è arrivato l'obbligo di separare gli scarti alimentari, nel 2005 il divieto di conferirli in discarica. Dal 2010 si sono aggiunti i contenitori intelligenti RFID, che pesano e identificano chi conferisce. Nel 2025 ne erano in uso 151.934 in tutto il Paese, al servizio di oltre 8,61 milioni di famiglie. La tecnologia ha reso l'operazione semplice, ma secondo la ricostruzione della fonte è stato il numero sulla bolletta a cambiare davvero i comportamenti. Lo conferma lo stesso Hong: vedere il peso e il costo di ciò che getta lo ha reso più consapevole di quanto spreca.

Dove finisce il cibo scartato

Il motivo per cui la posta in gioco è alta sta nella chimica. Quando i materiali organici si decompongono in discarica senza ossigeno rilasciano metano, un gas serra che in un arco di vent'anni trattiene oltre ottanta volte il calore della CO2. A livello globale il cibo sprecato è responsabile di circa il 10 per cento delle emissioni che riscaldano il clima. Una famiglia americana di quattro persone getta ogni settimana cibo per un valore di circa 56 dollari. Se invece quegli scarti finiscono in un bioreattore, il metano può essere catturato e bruciato come combustibile. Il Daejeon Bio Energy Centre trasforma in energia tra il 70 e il 75 per cento di ciò che riceve, quanto basta per alimentare circa 6.000 famiglie al giorno. In tutto il Paese operano più di 340 impianti simili, e il governo puntava a sostituire combustibili fossili per un valore di circa 170 milioni di dollari entro il 2026. Il sistema però non si mantiene da solo: la gestione dei rifiuti urbani costa oltre 430 milioni di dollari l'anno, anche contando le tariffe domestiche.

Il modello di New York

New York ha imboccato una strada diversa. Da ottobre 2024 la separazione degli scarti alimentari è obbligatoria per i residenti, circa 3,4 milioni di famiglie, e la città cita esplicitamente la Corea del Sud come riferimento. Nel 2025 sono state gestite circa 140.000 tonnellate di rifiuti organici residenziali, attorno al 9 per cento dell'1,5 milioni di tonnellate prodotte ogni anno dalle famiglie. L'approccio punta sull'accesso e sul controllo più che sulla responsabilità economica: oltre 400 contenitori solari per il compostaggio distribuiti nei cinque distretti, gratuiti tramite app e disponibili a ogni ora, più di 60.000 conversazioni porta a porta con i residenti e oltre 63.000 avvisi di violazione da quando il programma è partito. Grace Fu, che vive nell'East Village a Manhattan, usa i contenitori e li apprezza: "Mi piace avere questi bidoni perché rende il compostaggio molto più comodo". Aggiunge però che i roditori vicino al suo palazzo lo sono meno, e che pulizie più frequenti aiuterebbero. Il materiale raccolto finisce allo Staten Island Compost Facility, dove diventa fertilizzante, o al Newtown Creek Wastewater Resource Recovery Facility di Brooklyn, dove viene co-digerito con i fanghi di depurazione per produrre biogas e biosolidi.

Il nodo della responsabilità

Steven Cohen, direttore del programma di Sustainability Management alla Columbia Climate School, individua proprio nella responsabilità finanziaria ciò che manca a New York. Secondo lui i contenitori RFID coreani potrebbero rendere ogni residente direttamente accountable per i propri scarti organici, e il fatto che circa il 70 per cento dei newyorkesi viva in appartamenti rende il modello plausibile su larga scala. Resta però il problema dell'adesione: "La questione è che la maggior parte delle persone in questa città non separa ancora correttamente i rifiuti organici", osserva Cohen. I dettagli su come la città intenda colmare questo divario non sono ancora pubblici.

Perché conta

La storia coreana non è il racconto di un'invenzione geniale quanto di una sequenza di decisioni ordinarie, prese una dopo l'altra e mantenute nel tempo. Una tariffa, poi un obbligo, poi un divieto, poi una tecnologia: nessun passaggio da solo avrebbe prodotto il salto dal 2,6 al 97 per cento. È il tipo di progresso che non fa rumore, fatto di regole che si accumulano e di abitudini che si spostano lentamente, finché il risultato appare improvviso solo a chi non ha seguito il percorso. La parte più interessante è dove si è giocata la leva: non nella coscienza ecologica, ma in un numero su una bolletta. Il modo in cui guardiamo un problema cambia quando il problema ha un prezzo visibile, e forse è questa la lezione che New York sta provando a importare, con strumenti diversi e risultati ancora da verificare.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da optimistdaily.com.