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In Perù, le comunità indigene prevengono gli incendi boschivi
Mentre gli incendi hanno devastato il Perù negli ultimi anni, alcune comunità indigene come quella di Paamari registrano una diminuzione del fenomeno. I 'protettori della foresta' mettono in pratica saperi tradizionali e strategie di prevenzione. Un modello che unisce cultura locale e gestione del territorio.
In Perù, nelle comunità indigene lungo il fiume Ene, gli incendi boschivi sono diminuiti. Il programma Paamari, avviato nel 2023 dalla Central Asháninka del fiume Ene (CARE) insieme all'organizzazione Cool Earth, ha formato centinaia di persone come brigadistas, incaricati di individuare e spegnere i roghi prima che si propaghino. I risultati sono documentati: nelle 45 comunità che fanno capo a CARE gli incendi sono passati da 25 nel 2023 a nove nel 2024, con la superficie bruciata scesa da 2.648 a 492 ettari, una riduzione dell'81%. Nel 2025 non si sono registrati incendi nel territorio, mentre le comunità riuscivano a spegnere diverse minacce.
Un nome che viene dalla lingua asháninka
Paamari è la parola asháninka per "fuoco". Il programma prende il nome dalla lingua delle comunità che lo hanno ideato e mette insieme strategie di prevenzione, sistemi di allerta precoce, pratiche di bruciatura controllata e risposte rapide. Romer Quentimari Garcia, membro della comunità asháninka di Osherato, vicino alla confluenza dei fiumi Ene e Tambo, è tra i brigadistas certificati. Il suo lavoro si svolge con immagini satellitari in tempo reale, droni e sistemi radio. Quando compare del fumo, il suo compito è verificare se si tratti di un incendio incontrollato o di una bruciatura gestita, e intervenire di conseguenza. "In ogni comunità siamo tutti fratelli", dice. "Siamo noi che ci prendiamo cura della foresta."
Tecnologia e saperi tradizionali
Secondo David Torres, coordinatore e specialista di monitoraggio di CARE, la chiave del progetto sta nell'integrazione tra strumenti moderni e conoscenza secolare del territorio. Un aspetto che diventa decisivo dove il terreno rende impossibile per i vigili del fuoco nazionali arrivare in tempi rapidi: lì le comunità indigene sono insieme prima e ultima linea di difesa. Questo approccio si scontra con alcune politiche governative, criticate per la scarsa considerazione dei saperi ancestrali. In Perù tutte le forme di bruciatura sono vietate senza esenzione o permesso, comprese quelle prescritte che fanno parte tradizionalmente della gestione delle colture; lo Stato applica il divieto con pene detentive, lavori socialmente utili e multe.
Il contesto: un paese sotto stress
Il calo registrato nelle comunità CARE si legge sullo sfondo di una situazione opposta a livello nazionale. Due anni fa il governo peruviano dichiarò lo stato di emergenza dopo che una siccità senza precedenti scatenò la peggiore stagione di incendi mai registrata nel paese: oltre 10.000 roghi e 63.000 ettari di copertura arborea perduti, un'area più estesa di Chicago. Gli incendi distruggono habitat vitali e anche i serbatoi di carbonio, fondamentali mentre le temperature globali salgono. Fenomeni analoghi hanno colpito l'Europa: più di 300.000 persone tra Francia, Spagna e Portogallo hanno dovuto lasciare le proprie case quest'estate, e nel solo 2025 la Commissione europea ha stimato che gli incendi abbiano devastato un'area grande quanto Cipro.
Coinvolgere chi vive sul territorio
Julio Acosta, responsabile dei dati forestali di Cool Earth, insiste sulla necessità che i progetti siano sentiti come propri dalle comunità. "Se vuoi che un progetto duri nel tempo, è importante che siano le persone del posto a possederlo", spiega. "Bisogna coinvolgere le comunità locali nella progettazione, perché sentano che è parte della loro comunità. Altrimenti dipenderà sempre dall'attore esterno che ha portato quell'idea. Quando il progetto finisce, è lì che arriva la vera sfida." Cool Earth sta estendendo la formazione sulla prevenzione degli incendi alle comunità vicine di Cutivireni e Oviri, con il timore di un El Niño che alcuni scienziati definiscono "Godzilla" all'orizzonte. L'organizzazione porta avanti anche un programma di trasferimenti incondizionati, con denaro inviato direttamente a chi vive nelle foreste pluviali e piena autonomia su come spenderlo. Acosta però avverte che non si tratta di una soluzione unica: gli incendi sono solo una parte del problema, insieme a estrazione mineraria, disboscamento e colture illecite.
Perché conta
La storia di Paamari mostra che il progresso non sempre passa da una scoperta o da un grande annuncio. A volte consiste nel mettere insieme due cose che si tende a tenere separate: un drone e la memoria di un territorio. La ricerca accademica comincia a riconoscere questo intreccio. Nel 2026 i ricercatori dell'Università della British Columbia hanno pubblicato un'analisi di 111 articoli peer-reviewed sul rapporto tra popoli indigeni e conservazione, rilevando in modo netto che le terre gestite dalle comunità indigene "hanno prodotto risultati comparabili o superiori a quelli delle aree protette", e che questa etica di custodia collettiva è solida e può avere effetti duraturi.
Per Romer Quentimari Garcia la questione si chiude in una visione circolare: dalla foresta vengono il legno, gli artigiani, le corone. "La foresta è vita", dice. È una frase semplice, ma indica un modo diverso di guardare la prevenzione: non come una tecnologia da applicare a un territorio, ma come una responsabilità che nasce da chi quel territorio lo abita.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da positive.news.