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In Bretagna il grano cresce senza insetticidi né fungicidi grazie alle alghe

Oltre cinquanta agricoltori in Bretagna stanno coltivando grano utilizzando prodotti a base di alghe, riducendo i trattamenti di sintesi. La pratica mostra come alternative naturali possano mantenere la produttività limitando l'impatto ambientale.

In Bretagna circa cinquanta agricoltori coltivano grano senza insetticidi né fungicidi di sintesi, su una superficie di circa 500 ettari. Il progetto è portato avanti dall'associazione bretone Merci les Algues, che costruisce filiere agricole e alimentari basate su soluzioni derivate dalle alghe. La produzione annua stimata è di 2.500-3.000 tonnellate di grano.

Come funzionano i biostimolanti

Le alghe vengono trasformate in biostimolanti, prodotti che aiutano le piante a crescere e a resistere al caldo e alla siccità. A svilupparli è Olmix Group, azienda con sede a Bréhan, nel Morbihan, specializzata in biotecnologie marine. Secondo Olmix, queste soluzioni contribuiscono a ridurre l'impiego di prodotti fitosanitari. I biostimolanti vengono utilizzati anche durante i periodi caldi, per contrastare lo stress idrico delle colture.

Gli agricoltori seguono un protocollo di coltivazione dedicato, con il supporto di un tecnico lungo tutto il ciclo. L'obiettivo dichiarato è arrivare dalla semina al raccolto senza insetticidi né fungicidi di sintesi.

Dalla terra alla tavola

Il grano segue un percorso preciso: dai campi arriva ai mulini, poi diventa farina e quindi biscotti e crêpes. Il gruppo molitorio bretone Paulic Meunerie partecipa al progetto dal 2018. La farina viene utilizzata da Bernard Jarnoux Crêpier e dalla Biscuiterie de Kerlann, che secondo quanto riportato la impiega dal 2020.

La filiera include accordi sui volumi di grano e sul prezzo. L'intento è garantire agli agricoltori una sicurezza di reddito mentre cambiano le proprie pratiche colturali. Alcuni produttori sono impegnati nella filiera da diversi anni.

Anche le patate, e poi l'orzo

Il modello non riguarda solo il grano. Fabrice Sablé, agricoltore e co-presidente di Merci les Algues, a Guilliers, nel Morbihan, è coinvolto nella filiera delle patate: qui non si usano insetticidi e i trattamenti fungicidi sono ridotti del 60%. I biostimolanti a base di alghe trovano impiego anche in questo caso durante le fasi di caldo intenso.

Il modello si sta espandendo all'orzo, destinato alla produzione di birra. L'idea è nata sei anni fa, con l'intento di collegare il mare bretone e i campi. Oggi il progetto coinvolge centinaia di ettari, mulini, biscotti, crêpes e patate.

Perché conta

Questa storia parla di un cambiamento che non fa rumore. Non c'è una scoperta annunciata con enfasi, né un primato da rivendicare: c'è un'associazione locale, un'azienda di biotecnologie marine, un mulino, alcuni produttori di biscotti e crêpes, e un gruppo di agricoltori che per anni hanno seguito un protocollo condiviso. Il progresso, in questo caso, assomiglia più a una filiera che si tiene insieme che a un risultato isolato.

Il punto interessante è il modo in cui il problema viene affrontato. Invece di contrapporre ambiente e produttività, il progetto costruisce accordi su volumi e prezzi: la sicurezza del reddito diventa la condizione che rende possibile cambiare le pratiche. Non si chiede agli agricoltori di rischiare da soli, ma di entrare in un sistema che condivide il rischio e il valore. È un dettaglio organizzativo, non spettacolare, eppure è ciò che permette a un modello di durare oltre la stagione.

C'è poi la scala. Cinquecento ettari e cinquanta agricoltori non sono una rivoluzione agricola, ma non sono nemmeno un esperimento da vetrina. Sono una dimensione in cui le cose si possono misurare, correggere, replicare. E il fatto che lo stesso approccio si stia estendendo dalle patate all'orzo suggerisce che il meccanismo — alghe, biostimolanti, protocollo, accordi di filiera — abbia una sua trasferibilità.

Guardare questa notizia significa forse ricordare che molte trasformazioni reali non passano da un annuncio, ma dalla pazienza di chi collega pezzi diversi: il mare e il campo, la ricerca e il mulino, il prezzo e la pratica. Sei anni per arrivare a centinaia di ettari non è una corsa, è una costruzione. Ed è probabilmente il modo in cui le alternative naturali smettono di essere una curiosità e diventano un'opzione concreta per chi coltiva.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da greenme.it.