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Il modello Housing First riduce il senza dimora: i risultati

Il modello Housing First assegna un alloggio stabile prima di affrontare gli altri problemi della persona, ottenendo risultati significativi sul lungo periodo. L'approccio si sta affermando come alternativa concreta ai percorsi di assistenza tradizionali.
Quando Michael è diventato senza dimora a Plymouth nel 2022, ha preso quella che lui stesso definisce una decisione impulsiva: andare a Londra. Per la prima settimana ha dormito sul marciapiede, senza nemmeno un sacco a pelo. Poi ha sentito parlare di The Connection at St Martin-in-the-Fields, l'ente che si occupa di persone senza fissa dimora accanto alla National Gallery, e si è presentato. Dopo anni passati tra strada e alloggi temporanei, ha ottenuto una casa tutta sua grazie a Solo Homes, la versione del programma Housing First portata avanti da quella stessa organizzazione. La sua storia non è isolata: racconta un cambio di metodo che l'Inghilterra sta adottando su scala più ampia.
Che cosa significa Housing First
Il principio ribalta gran parte del pensiero convenzionale sull'emarginazione abitativa. Invece di chiedere a una persona di attraversare dormitori e sistemazioni temporanee, affrontando dipendenze o problemi di salute mentale prima di essere considerata "pronta" per una casa, Housing First comincia — come dice il nome — dalla casa. A chi ne ha bisogno viene offerto un alloggio stabile, mentre un operatore lo aiuta ad accedere ai servizi di cui ha bisogno: cure mentali, trattamento per dipendenze, consulenza sui sussidi, sostegno per ricostruire legami familiari e comunitari. Il punto cruciale è che mantenere quella casa non dipende dall'accettare le cure o dal raggiungere determinati traguardi. L'idea di fondo è che il recupero diventa più praticabile quando una persona non deve più preoccuparsi di dove dormirà.
I numeri dei progetti pilota
Dal 2018 il governo ha finanziato ampi progetti pilota di Housing First nella Grande Manchester, a Liverpool e nelle West Midlands, arrivando a sostenere più di mille persone. Tra il gruppo seguito dai ricercatori per un anno, l'84% viveva in una sistemazione stabile dopo sei mesi, percentuale salita al 92% dopo dodici. Prima di entrare nel programma, l'86% si trovava in condizioni precarie o instabili. Sono emersi anche miglioramenti nel benessere: la quota di partecipanti che si descriveva spesso o sempre sola è scesa dal 35% al 16% nel primo anno, mentre l'iscrizione al medico di base è passata dal 60% al 92%. Sono diminuiti anche i comportamenti antisociali segnalati e i contatti con la giustizia penale.
Un percorso che non è lineare
La casa stabile non ha risolto ogni problema all'istante. Dopo un anno, i ricercatori non hanno rilevato riduzioni statisticamente significative nel consumo complessivo di droghe o nella dipendenza da alcol, e l'occupazione è rimasta bassa. A diversi anni dall'avvio del programma, molti partecipanti seguivano ancora cure per problemi fisici e mentali. Questo spiega perché Housing First sia costruito attorno a un sostegno di lungo periodo, e non all'idea che consegnare una chiave cancelli di colpo anni di trauma, malattia o dipendenza. I ricercatori governativi hanno concluso che il recupero può essere lento e non lineare, soprattutto tra chi ha passato molto tempo in strada.
Il nuovo programma inglese
Ad agosto il governo ha annunciato un piano da 442 milioni di sterline contro il dormire all'aperto, che unisce un intervento immediato per offrire a chi vive in strada una via d'uscita prima di Natale e soluzioni abitative di lungo periodo per chi è senza dimora da tempo. Nei prossimi tre anni sono previste più di mille case stabili, accompagnate da un sostegno intensivo. Il programma è più ampio di Housing First, ma le linee guida governative indicano che l'offerta abitativa di lungo periodo si baserà sui suoi principi. La necessità resta considerevole: in tutta l'Inghilterra si stima che 8.748 persone abbiano dormito all'aperto almeno una volta durante il mese di giugno, e 3.253 siano classificate come senza dimora di lungo periodo. A Londra, tra aprile e giugno, sono state registrate 3.959 persone in strada; tra chi aveva già dormito all'aperto ed è passato in una sistemazione, l'80% è finito in alloggi temporanei e solo il 20% in case stabili. Trovare abitazioni adeguate resta uno degli ostacoli principali: la carenza abitativa ha già rallentato i programmi londinesi, e la stessa valutazione del governo ha indicato tra le barriere principali la disponibilità di alloggi, i finanziamenti di lungo periodo e l'accesso ai servizi specialistici di salute mentale.
Perché conta
Questa storia parla di un progresso che non fa rumore. Non c'è una scoperta spettacolare, ma un'inversione nell'ordine delle cose: prima la casa, poi tutto il resto. È un modo di guardare la persona che sposta l'attenzione dall'emergenza alla condizione in cui vive, e che riconosce come l'ambiente non sia uno sfondo neutro ma una parte attiva del benessere. I risultati dei progetti pilota mostrano che l'approccio funziona per molti, non per tutti e non subito, e che il sostegno deve durare nel tempo. Anche i limiti — la lentezza del recupero, la scarsità di alloggi — fanno parte del quadro, e ricordano che nessun modello si regge senza risorse e senza case disponibili. Il valore di questa notizia sta forse proprio qui: nel mostrare che cambiare l'ordine delle priorità cambia ciò che si riesce a vedere e a ottenere.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da positive.news.