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Il diritto al gioco per i bambini nei conflitti

Con quasi 50 milioni di minori sfollati nel mondo, diverse organizzazioni umanitarie stanno sviluppando spazi e attività di gioco nei contesti di guerra. Il gioco viene usato come strumento per restituire ai bambini una parte di controllo sulla propria vita.

Con quasi 50 milioni di minori sfollati nel mondo a causa di conflitti e violenze, secondo i dati Unicef riferiti alla fine del 2024, diverse organizzazioni umanitarie stanno sperimentando un approccio che sembra secondario ma non lo è: restituire ai bambini la possibilità di giocare. Il numero è quasi triplo rispetto al 2010. In campi profughi, zone di guerra e contesti di emergenza, il gioco organizzato viene usato come strumento di sostegno psicologico e di recupero della normalità.

Il caso di Hamza

Hamza, dieci anni, ha vissuto tutta la vita nel campo profughi di Nahr el-Bared, nel nord del Libano, in condizioni di sovraffollamento. Fino ai sei anni non aveva mai tenuto in mano una matita né aperto un libro, e a scuola era chiuso, silenzioso, restio a interagire con gli altri bambini. La svolta è arrivata con il programma Enhancing Quality and Inclusive Education, gestito dall'organizzazione internazionale Right To Play. Oltre alla logopedia, Hamza ha partecipato ad attività di gruppo che lo hanno aiutato a esprimere le proprie emozioni attraverso il disegno, la narrazione e il gioco di ruolo. Il suo gioco preferito era "indovina l'emozione": un bambino mimava un sentimento e gli altri dovevano riconoscerlo. Dopo un anno sapeva scrivere il proprio nome, riconosceva le lettere e aveva fatto amicizie. Dopo quattro anni partecipava attivamente alle lezioni. Ha confidato alla maestra di voler diventare dentista.

Non solo movimento

Racha Nasreddine, direttrice per il Libano di Right To Play, spiega che il gioco non coincide con il caos o il semplice movimento fisico. Si tratta piuttosto di trasmettere conoscenze in modo interattivo, rendendo il bambino protagonista del proprio apprendimento. Un elemento centrale è la routine: nei contesti di guerra i minori perdono il controllo sulla propria vita, e il gioco può restituirne una parte. Le conseguenze psicologiche dei conflitti sui bambini includono disturbo post-traumatico da stress, ansia, depressione, mutismo selettivo, problemi del sonno e comportamenti aggressivi o di ritiro. Il gioco può costituire una componente cruciale della terapia psicosociale, ma le occasioni sono limitate dalla chiusura delle scuole, dall'assenza di parchi e spazi verdi e dalle condizioni ristrette dei campi.

Progettare spazi con i bambini

L'articolo 31 della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia sancisce il diritto al gioco, che però resta negato a molti. Diverse organizzazioni stanno rispondendo. Catalytic Action, charity internazionale che usa design e architettura, crea spazi di gioco in zone di conflitto e disastri. La co-fondatrice Joana Dabaj sottolinea che il processo di co-progettazione con i bambini è importante quanto il risultato finale: i minori immaginano il parco giochi dei loro sogni attraverso disegni e laboratori, acquisendo un senso di agency. Nel campo profughi di Bersive, nella regione del Kurdistan iracheno, è stato realizzato un parco giochi con panche a più livelli che fungono anche da piattaforme per saltare, fori nel muro per il nascondino, altalene, scivoli, giochi sensoriali come tubi sonori, uno xilofono e un volante.

Strutture che durano e strutture che si spostano

Alcuni spazi sono pensati per durare anni, altri per rispondere alla volatilità della guerra. La charity britannica Playrise ha lanciato parchi giochi modulari facilmente smontabili e modificabili con accessori diversi, da amache e altalene a strumenti musicali come tamburi. I progetti sono stati creati con bambini in Etiopia ed Egitto, e il primo prototipo andrà in un campo ad Aysaita, in Etiopia. La co-fondatrice Ariana Mouyiaris Meininger osserva che nei conflitti i bambini vengono spesso messi da parte e "adultizzati" precocemente, costretti a ruoli che non dovrebbero spettare loro.

Il gioco come terapia

Kieran King, responsabile umanitario di War Child UK, spiega che il gioco organizzato può aiutare i bambini a rielaborare i ricordi traumatici in modo più sano, ma non può basarsi solo su strutture ben progettate: va integrato nei programmi di protezione dell'infanzia, con facilitatori formati. Helen Christie, psicologa clinica della Children & War Foundation, sottolinea l'importanza della "fantasia" nella terapia psicosociale: attività basate sulla rielaborazione di eventi traumatici dovrebbero condurre a una narrazione riparativa, non ripetere il trauma. Per esempio, quando i bambini hanno incubi ricorrenti, "provare" un finale diverso attraverso il gioco di ruolo può aiutarli a guarire. Palestine Play Projects, charity britannica guidata da volontari, dopo l'inizio della guerra a Gaza nell'ottobre 2023 ha abbandonato i parchi giochi fisici per organizzare sessioni nei campi profughi di Khan Yunis, con un gruppo teatrale giovanile chiamato Child Smile. I facilitatori arrivano con un solo "zaino di risorse", usando metodi come Magic Mitten, un'app di supporto psicosociale e kit di narrazione per bambini con traumi di guerra, creato originariamente per i minori ucraini. Yara, undici anni, sfollata dal nord di Gaza dopo che tutta la sua famiglia immediata è stata uccisa, era chiusa, emotivamente spenta e a volte aggressiva. Dopo due settimane di sessioni con Child Smile ha mostrato un cambiamento notevole: più sicura, partecipe, di supporto agli altri bambini. È riuscita finalmente a scrivere della sua perdita e della mancanza della sua famiglia.

Perché conta

Solo il 3% degli aiuti umanitari è destinato all'istruzione, secondo la Banca Mondiale, e di questa quota solo una frazione raggiunge il sostegno basato sul gioco. Eppure il gioco non è un accessorio: è un diritto sancito, uno strumento terapeutico e un modo per restituire ai bambini una parvenza di controllo in un mondo che glielo toglie. Queste storie mostrano un progresso che non fa rumore: non grandi infrastrutture, ma panche che diventano trampolini, fori in un muro per il nascondino, uno zaino di risorse e un gioco di ruolo per riscrivere un incubo. È un modo diverso di guardare agli interventi umanitari: non solo ciò che manca, ma ciò che si può costruire con poco, ascoltando chi di solito non viene ascoltato.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da positive.news.