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Il baskin, la pallacanestro inclusiva, si diffonde in Italia
Il baskin, versione della pallacanestro nata a Cremona negli anni Duemila, consente a giocatori con e senza disabilità di giocare nella stessa squadra. Il suo boom nel Paese mostra come lo sport possa diventare uno strumento concreto di inclusione.
Il baskin, la disciplina della pallacanestro inclusiva nata a Cremona nei primi anni Duemila, sta vivendo una stagione di crescita in tutta Italia. Con l'autunno ripartono i campionati organizzati sotto l'egida di EISI, l'Ente Italiano Sport Inclusivi, e le palestre di molte città tornano a riempirsi di squadre miste, formate da giocatori con e senza disabilità. Oggi nel Paese si contano oltre 200 team stabili, con un numero di società affiliate e di tesserati in costante aumento.
Quattro canestri, cinque ruoli
Il baskin non è una versione semplificata della pallacanestro, ma un gioco con regole proprie, pensate per far convivere atleti con capacità motorie e cognitive molto diverse. Si gioca con quattro canestri: ai due tradizionali se ne aggiungono due laterali, più bassi e posti ad altezze differenti, che permettono anche a chi ha una mobilità ridotta di segnare. Ogni giocatore riceve un numero da 1 a 5, assegnato in base alle competenze fisiche e cognitive, senza alcuna distinzione di genere. I numeri più bassi corrispondono alle disabilità più complesse, mentre il numero 5 è riservato a chi non ha disabilità.
Le regole che tengono insieme il gioco
Il regolamento è costruito per impedire che il risultato dipenda da un solo giocatore. Esistono limiti ai canestri individuali e la difesa è consentita solo tra giocatori con lo stesso numero, così che ogni confronto avvenga tra pari. Nessun ruolo è secondario: tutti i numeri sono ugualmente decisivi per l'esito della partita, e le squadre sono tenute a far circolare il pallone e a valorizzare ogni componente. È questo meccanismo a rendere il baskin un gioco di squadra nel senso più pieno del termine, dove il passaggio non è una scelta ma una necessità.
Da Cremona al resto d'Italia
L'idea nasce tra il 2001 e il 2002 a Cremona, per iniziativa dell'ingegnere Antonio Bodini e dell'insegnante di educazione fisica Fausto Capellini. Dopo una fase di sperimentazione sul campo, il baskin viene ufficialmente fondato nel 2003. Nel 2006 nasce la prima associazione dedicata, e l'anno successivo si disputa il primo campionato ufficiale. Da allora il percorso è stato costante: una struttura federale regola oggi arbitri, allenatori e referenti tecnici, mentre EISI — accreditato dal Comitato Italiano Paralimpico — coordina l'attività su scala nazionale. Le squadre arrivano a competere in tornei di livello nazionale.
Perché conta
Il baskin si inserisce in un movimento più ampio che riconosce allo sport un valore educativo, lo stesso principio alla base dell'inserimento della pratica sportiva nella Costituzione italiana. Per molti giovani con fragilità, giocare in una squadra significa conquistare autonomia e fiducia in se stessi, in un contesto dove le regole sono scritte apposta per non lasciare indietro nessuno. La disciplina è oggi tra le principali esperienze di sport inclusivo nel Paese.
Il punto, però, non è soltanto l'accesso. Cambiare le regole del gioco cambia il modo in cui i giocatori si guardano: chi ha un numero basso non è un peso da compensare, ma una parte del meccanismo senza cui la squadra non funziona. Lo sport, in questa forma, combatte la solitudine e insegna un'empatia concreta, fatta di passaggi e di spazi condivisi. È un progresso che non fa rumore, che non ha bisogno di primati per farsi notare: cresce una palestra alla volta, un campionato alla volta, e intanto trasforma il modo in cui guardiamo chi ci sta accanto in campo.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da buonenotizie.it.