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Gli atenei statunitensi sperimentano programmi per ridurre le aggressioni sessuali

Foto: Jeremy Huang / Unsplash

Diverse università americane stanno adottando misure basate su evidenze per prevenire le violenze nei campus. I risultati incoraggiano un'estensione dei programmi ad altri istituti.

Gli atenei statunitensi stanno mettendo a punto programmi di prevenzione delle aggressioni sessuali che si fondano su studi controllati, e i risultati finora disponibili indicano una riduzione dei casi tra chi partecipa. Il dibattito si è riacceso dopo il caso di violenza sessuale al Cornell, dove una studentessa ha denunciato un episodio che coinvolge più persone e ha avviato una causa civile; nessuno degli accusati è stato incriminato e tutti hanno negato le accuse. Intorno a vicende come questa, però, raramente trovano spazio le informazioni su cosa funziona davvero per rendere più rari questi episodi. Eppure, qualcosa esiste.

I numeri di partenza

Secondo le stime dell'FBI, nel 2025 sono state denunciate 36 violenze sessuali ogni 100.000 abitanti negli Stati Uniti, un dato in calo graduale dal 2021. Il quadro però va letto con cautela: le aggressioni effettive sono molte di più di quelle denunciate, e nel 2024 solo circa il 24 per cento è arrivato alle autorità, secondo il National Crime Victimization Survey. Inoltre l'FBI ha allargato la definizione di stupro nel 2013, il che rende difficile confrontare i dati con quelli degli anni precedenti. Nei campus la questione resta ampia: nel 2019 il 13 per cento degli studenti ha dichiarato di aver subito qualche forma di aggressione sessuale da quando era arrivato all'università, secondo il Campus Climate Survey condotto dall'Association of American Universities su 181.752 rispondenti. Per le donne e per gli studenti transgender o non binari la percentuale sale al 20 per cento, quattro volte quella degli uomini.

Come avvengono le aggressioni nei campus

Alcune caratteristiche ricorrono. Nella maggior parte dei casi vittima e aggressore hanno consumato alcol o droghe; le vittime sono per lo più ragazze e donne molto giovani, gli autori in larga parte uomini; quasi sempre vittima e aggressore si conoscono. Nei campus gli episodi avvengono soprattutto nelle residenze o nelle case delle confraternite, secondo il Campus Climate Survey e la rilevazione dello stesso Cornell del 2025. Quando una vittima denuncia, le risposte ufficiali tendono a essere lente e poco soddisfacenti. Il caso Cornell è tipico per molti di questi aspetti, e atipico per altri: di solito l'aggressore è uno solo, e raramente la vittima denuncia e insiste per ottenere un riconoscimento, come è accaduto qui con la causa civile.

La formazione che cambia i comportamenti

Uno degli studi più citati è quello guidato da Laura Salazar alla Georgia State University nel 2014: 743 studenti universitari uomini sono stati assegnati a caso a un programma online chiamato RealConsent oppure a un generico corso sulla salute. RealConsent prevedeva sei moduli da 30 minuti su consenso informato, comunicazione nelle relazioni intime, ruolo dell'alcol e della socializzazione maschile nella violenza sessuale, empatia verso le vittime e intervento dei testimoni. Sei mesi dopo, chi aveva seguito il programma riferiva di essere intervenuto più spesso per fermare comportamenti inappropriati di un coetaneo e, soprattutto, di aver messo in atto meno aggressioni sessuali: secondo lo studio, la probabilità di commettere violenza era inferiore del 73 per cento rispetto al gruppo di controllo. Erano cambiati anche gli atteggiamenti: maggiore empatia per le vittime, minore ostilità verso le donne, minore tolleranza verso i comportamenti inappropriati di altri uomini.

L'autodifesa insegnata alle matricole

Un secondo programma, studiato ancora più a lungo, è comparso nel 2015 sul New England Journal of Medicine. Il gruppo guidato da Charlene Senn all'University of Windsor ha assegnato a caso un gruppo di studentesse del primo anno di tre università canadesi a un percorso specifico per resistere alle aggressioni sessuali, mentre il gruppo di controllo riceveva opuscoli generici. Il programma, chiamato EAAA (Enhanced Assess, Acknowledge, Act), si articolava in quattro sessioni da tre ore: valutare il rischio, superare le barriere emotive che impediscono di riconoscere il pericolo, mettere in pratica una difesa verbale e fisica efficace. In tutto 451 donne hanno seguito il percorso e 442 hanno ricevuto gli opuscoli. Un anno dopo, le donne formate avevano il 46 per cento in meno di probabilità di riferire di aver subito uno stupro e il 63 per cento in meno di riferire un tentativo. Uno studio successivo ha rilevato che i benefici duravano anche a due anni di distanza, con una riduzione significativa del rischio di stupro consumato e tentato, di coercizione tentata e di contatto sessuale non consensuale per tutto il periodo osservato.

Perché conta

Le notizie sulle violenze nei campus arrivano quasi sempre sotto forma di cronaca, e la cronaca non aiuta a capire quanto un episodio sia diffuso né cosa lo renda meno probabile. La differenza, qui, sta nel metodo: programmi costruiti su moduli precisi, valutati con gruppi di controllo, misurati a distanza di mesi e di anni. Non si tratta di iniziative generiche di sensibilizzazione, ma di percorsi che insegnano competenze verificabili — riconoscere un rischio, dire no, intervenire quando un coetaneo supera il limite — e che mostrano effetti misurabili sui comportamenti. È un tipo di progresso che non fa rumore: non elimina il problema, ma sposta di qualche punto la probabilità che accada. Sapere che esistono strumenti con questa base di evidenza cambia il modo di guardare alla prevenzione: non più solo una questione di condanna morale dopo il fatto, ma di formazione prima.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da reasonstobecheerful.world.