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Giardini fatti con gli scarti edili: meno acqua e più biodiversità

Alcuni giardini sperimentali usano materiali di risulta dei cantieri come base per piantumazioni resistenti alla siccità. La tecnica riduce il consumo idrico e crea habitat per insetti e piccoli animali.
Londra, sobborgo di Forest Hill. All'ingresso dei Horniman Museum and Gardens, a pochi passi da una strada trafficata e dalla ferrovia sopraelevata, i visitatori trovano da qualche tempo un paesaggio insolito: al posto delle aiuole tradizionali, distese di pietrame, ghiaia e aggregati di cemento, da cui spuntano piante grasse, iris e acanti dalle fioriture rosse. È uno dei primi esempi britannici di "rubble garden", un giardino costruito sopra gli scarti di cantiere invece che sul terreno fertile. L'idea, sperimentata da anni in forme diverse tra Inghilterra e Svezia, sta guadagnando attenzione perché risponde a due problemi insieme: lo spreco di materiali edili e la siccità crescente che mette in difficoltà i giardini tradizionali.
Venticinque tonnellate di detriti
Il progetto del Horniman nasce da un intervento di riqualificazione dei vialetti del museo, da cui sono arrivati circa 25 tonnellate di aggregato di cemento di recupero. Errol Reuben Fernandes, responsabile dell'orticoltura della struttura, ha deciso di non smaltirle ma di usarle come substrato per una collezione di xerofite, specie adattate a vivere con pochissima acqua. La provenienza delle piante racconta la logica del progetto: Mediterraneo, Perù, Cile, Bolivia, Messico. Sono regioni con estati torride e inverni freddi, spiega Fernandes, condizioni non dissimili da quelle che un giardino urbano inglese deve sopportare. Prima, al loro posto, c'erano agapanti e bambù: belli per poche settimane l'anno, poi statici per il resto della stagione.
Una tecnica che non è nuova
Sarebbe comodo presentare i rubble garden come un'invenzione recente, ma non è così. Già negli anni Novanta le giardiniere Beth Chatto e Derry Watkins sperimentavano i giardini di ghiaia, e in Svezia il progettista Peter Korn ha sviluppato da tempo tecniche di piantumazione su base sabbiosa. In Inghilterra John Little, considerato un riferimento per il giardinaggio sui terreni di risulta, lavora da anni su siti marginali. La novità, semmai, è la scala: quello che era un esperimento di nicchia entra oggi nei giardini pubblici e nei discorsi di chi progetta le nuove case.
Il problema dei giardini dei nuovi edifici
È qui che la tecnica diventa interessante anche per chi non ha un pollice verde. Nathan Apperley, capo giardiniere di Yeo Valley Organic, osserva che in Inghilterra l'anno scorso sono state costruite più di 40.000 abitazioni, e che quasi sempre il giardino consegnato agli acquirenti è un tappeto di prato steso su terreno costipato e poco drenante. Il risultato, dice, è prevedibile: il prato fallisce e il proprietario si scoraggia. Un giardino di pietrame, con il suo aspetto spontaneo e selvatico, attira invece api, coleotteri e ragni, che secondo Apperley creano un piccolo ecosistema funzionante. Nella sede di Blagdon, nel Somerset, il suo team sta allestendo una prova con materiali di risulta: i risultati durante la siccità di quest'anno, racconta, sono stati notevoli. I dettagli tecnici del progetto non sono ancora pubblici.
Un mucchio di pietre che diventa habitat
Non serve un cantiere per provarci. Elizabeth Waddington, progettista di permacultura in Scozia, ha ristrutturato per anni un vecchio fienile di pietra e si è ritrovata con un cumulo di materiale di scarto davanti a casa. Non l'ha rimosso. Quel mucchio è diventato terreno per una varietà di fiori selvatici nativi e, con sorpresa della stessa Waddington, per molti meno infestanti di quanti ne compaiano in un'aiuola concimata. Il risultato non è un giardino ordinato: assomiglia piuttosto a un margine di siepe o a un prato fiorito, e si è formato senza alcun intervento di piantumazione.
Perché conta
La lezione di questi giardini non riguarda solo il risparmio d'acqua. Riguarda il modo in cui guardiamo ciò che consideriamo scarto. Un cumulo di cemento rotto, per un giardiniere tradizionale, è un problema da smaltire; per Fernandes è una base di coltivazione, un drenaggio naturale, un habitat. La differenza non sta nel materiale, ma nello sguardo. Fernandes racconta di una visitatrice di 92 anni che gli ha chiesto quando avrebbero finalmente rimosso quel mucchio dal giardino dei pollinatori: ha dovuto spiegarle che era lì di proposito. Quella curiosità, dice, è la parte più utile del progetto, perché apre una conversazione su cosa può essere un giardino. Non è una morale sul riciclo: è un esempio di come un vincolo — non avere terra buona, non avere acqua — possa diventare il punto di partenza per un'idea migliore di quella che c'era prima. Il progresso, in questo caso, non si annuncia con un brevetto. Si vede da lontano come un'aiuola di pietre che, contro ogni aspettativa, è piena di vita.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da positive.news.