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Dagli scarti della liquirizia un packaging che allunga la vita delle fragole

Una startup italiana trasforma i residui della lavorazione della liquirizia in un additivo antimicrobico per imballaggi. Nei test le fragole resistono più a lungo alla muffa, riducendo gli sprechi alimentari.
La startup deeptech Alkelux, con sede a Sassari, ha messo a punto un additivo antimicrobico per imballaggi ricavato dagli scarti della lavorazione della liquirizia. Il materiale di partenza è la cosiddetta peluria della radice, la parte fibrosa che oggi viene scartata o triturata senza uno sbocco produttivo. Nei test condotti dall'azienda, l'additivo ha mostrato attività contro virus, batteri e funghi, aprendo la strada a imballaggi che rallentano il deterioramento degli alimenti freschi.
Dalla radice al nano-polimero
Il cuore della tecnologia sono i nano-punti polimerici ottenuti dal sottoprodotto della liquirizia. Si tratta di particelle di dimensioni estremamente ridotte, derivate da un materiale che altrimenti non avrebbe valore commerciale. La trasformazione avviene ancora su scala di laboratorio, ma l'obiettivo dichiarato è industriale: Alkelux prevede un impianto pilota proprio a Sassari, con una capacità che dovrebbe passare dagli attuali 10 chilogrammi a 4,5 tonnellate all'anno.
Cosa hanno mostrato i test
Le prove riportate dall'azienda indicano che l'additivo ha inibito la crescita del micelio di Botrytis cinerea, il fungo responsabile della muffa grigia, fino a 14 giorni. Una volta incorporato in una pellicola plastica, l'effetto antifungino si è mantenuto per 8-9 giorni, segno che la lavorazione con il polimero dell'imballaggio non annulla le proprietà del materiale. Sempre nei test, l'additivo ha inibito batteri Gram-positivi e ha ridotto fino al 98% la carica virale su specifici virus utilizzati in laboratorio.
Fragole e altri prodotti
Il caso più avanzato è quello delle fragole. Secondo l'azienda, con questo imballaggio i frutti si conservano fino a tre volte più a lungo, con un guadagno fino a una settimana rispetto ai packaging tradizionali. L'applicazione non si limita però ai piccoli frutti: Alkelux indica come possibili ambiti anche mirtilli e altri prodotti freschi, oltre a imballaggi per la carne, al settore della panificazione e ai dispositivi biomedicali monouso.
Il quadro normativo
Prima di arrivare sugli scaffali, un additivo di questo tipo deve passare attraverso le regole europee sulle sostanze in nanoforma destinate ai materiali a contatto con gli alimenti. L'Autorità europea per la sicurezza alimentare ha emanato linee guida specifiche per la caratterizzazione e la valutazione dei nanomateriali, e le autorizzazioni per il contatto alimentare risultano ancora in attesa. I risultati diffusi finora sono quelli dichiarati dall'azienda e non provengono da uno studio indipendente sottoposto a revisione paritaria.
Perché conta
Questa storia si capisce meglio guardando cosa succede prima del prodotto finito. La liquirizia genera ogni anno una quantità di scarti fibrosi che di norma non entra in nessun ciclo produttivo: è un residuo che esiste, pesa e viene smaltito. L'idea di Alkelux consiste nel trattarlo come una materia prima, estraendone qualcosa che serve a un problema concreto e quotidiano come la muffa sulle fragole. Non è un gesto spettacolare: è un passaggio in più dentro una filiera che già esiste.
C'è poi il modo in cui questa notizia va letta. I dati migliori arrivano da test di laboratorio, la scala produttiva è ancora minima e le autorizzazioni europee non sono state concesse. Raccontare il percorso così com'è, con i suoi tempi e i suoi passaggi obbligati, è parte del lavoro: le innovazioni che riguardano il cibo e il contatto con gli alimenti procedono per verifiche, non per annunci. La parte interessante è che il punto di partenza non fosse una scoperta in laboratorio, ma un mucchio di scarti da smaltire.
Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da greenme.it.