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Archeologi rischiarono la vita per salvare 30.000 reperti dal museo di Deir ez-Zor

Foto: Giada Venturino / Unsplash

Uno studio ricostruisce come un gruppo di archeologi abbia messo in salvo circa 30.000 manufatti del museo di Deir ez-Zor mentre la città siriana cadeva nelle mani dell'Isis. I reperti furono nascosti e trasferiti in luoghi sicuri, evitando la distruzione o il saccheggio. La ricerca documenta modalità e rischi di un'operazione condotta senza copertura istituzionale.

Circa 30.000 manufatti del museo di Deir ez-Zor, città siriana capoluogo dell'omonima provincia, furono messi in salvo mentre il centro abitato rischiava di cadere nelle mani dell'Isis nel 2014 e nel 2015. A ricostruire l'operazione è uno studio firmato da Maamoun Abdulkarim, professore di Archeologia e Storia all'Università emiratina di Sharjah, pubblicato sulla rivista Museum Management and Curatorship. Abdulkarim, che una decina d'anni fa dirigeva la Direzione generale delle Antichità e dei Musei siriana, ha esaminato il salvataggio come caso di studio sulla protezione del patrimonio culturale in tempo di guerra.

Una città contesa

Deir ez-Zor si trova in una regione ricca di giacimenti di petrolio e gas, un elemento che l'ha resa un terreno di scontro aspro durante i quindici anni di guerra civile siriana. Al momento dell'operazione, ricostruisce lo studio, la città era gravemente isolata: il museo era collegato all'aeroporto militare soltanto da un corridoio stretto e molto esposto, una condizione che rendeva la missione "eccezionalmente pericolosa".

Il patrimonio siriano prima del conflitto

La Siria attuale fa parte della più ampia sfera culturale mesopotamica, dove fiorirono alcune delle civiltà più antiche e influenti del mondo. Prima dell'inizio della guerra civile nel 2011, nel Paese erano attivi 35 musei archeologici. Il museo di Deir ez-Zor non era il più grande, ma figurava tra le istituzioni più preziose, con collezioni provenienti da siti mesopotamici di primo piano come Halaf, Dura-Europos e Mari. Tra i reperti conservati, una collana di perle di agata da Tell Terqa, risalente al secondo millennio a.C.

Il contesto che cambiò le priorità

Dopo il 2014, quando l'Isis estese il proprio controllo su ampie porzioni di Siria e Iraq, si verificò quello che lo studio definisce un esempio rilevante del saccheggio, della distruzione e del traffico illecito di siti e musei che caratterizzò quel periodo. Un passaggio cruciale, scrive Abdulkarim, coincise con la caduta di Mosul in Iraq, il saccheggio del suo museo e la distruzione di antichità da Ninive e dall'Assiria. Questi eventi, secondo lo studio, spinsero le autorità siriane per le antichità a rivedere rapidamente le politiche di protezione e ad accelerare le misure d'emergenza nelle città a rischio di assedio o crollo.

Decisioni senza condizioni ideali

Condurre una missione di salvataggio durante ostilità attive, spiega la ricerca, richiede più della sola pianificazione logistica: comporta decisioni, resilienza delle istituzioni, fiducia e capacità di adattarsi rapidamente a circostanze che cambiano. "Raramente esiste un momento perfetto per agire durante un conflitto armato", osserva Abdulkarim, secondo cui rimandare una decisione in cerca di maggiore certezza può essere più pericoloso che agire nell'incertezza. Il professore racconta di aver maturato la convinzione che guidare non significhi prendere decisioni facili, ma avere il coraggio di prendere quelle necessarie al momento giusto, anche quando le conseguenze personali e professionali possono essere gravi. La priorità, afferma, era la protezione del patrimonio culturale, con la disponibilità ad assumersi i rischi che quelle scelte comportavano.

Oltre i numeri

Durante il suo incarico in Siria fino al 2017, circa 300.000 pezzi da museo furono salvati e trasferiti in siti sicuri: una quota che, secondo Abdulkarim, rappresenta la stragrande maggioranza delle collezioni museali del Paese, compresi i circa 30.000 oggetti del museo di Deir ez-Zor. Per il professore i manufatti sono molto più di oggetti dal valore inestimabile: incarnano la memoria collettiva e l'identità dell'umanità, superando i confini dei Paesi in cui si trovano. "Non abbiamo salvato 30.000 oggetti semplicemente per salvare 30.000 pezzi da museo", dice. "Proteggevamo migliaia di anni di memoria che la guerra minacciava di cancellare". I reperti recuperati a Deir ez-Zor, aggiunge, custodiscono millenni di storia umana e fanno parte dell'identità e della memoria delle comunità della regione dell'Eufrate.

Perché conta

Il tempismo, sostiene Abdulkarim, è spesso il fattore decisivo in ogni missione di salvataggio: attendere che ogni incertezza si sciolga può significare perdere la finestra utile per agire. In un'emergenza culturale, avverte, aspettare le condizioni perfette può diventare più pericoloso che muoversi nell'incertezza. E la risorsa più preziosa durante una crisi, aggiunge, non è sempre il denaro o la tecnologia: a volte è la fiducia, quella tra colleghi capaci di prendere la decisione giusta quando non c'è più tempo per le procedure ordinarie. È una lezione che riguarda il modo di guardare le cose: ciò che sembra un inventario di oggetti è in realtà una catena di scelte fatte da persone che si fidano l'una dell'altra, in un momento in cui nessuna garanzia era disponibile. Il progresso, in questo caso, non ha fatto rumore: è consistito nel portare al sicuro, uno per uno, frammenti di una memoria condivisa prima che andassero perduti.


Articolo originale della redazione di Good News · WitUp, scritto a partire dalla notizia pubblicata da goodnewsnetwork.org.